Nel cuore dell’Europa, alla fine del XX secolo, scoppiò un conflitto di una brutalità quasi inconcepibile, che lasciò una cicatrice indelebile nella coscienza del continente. La guerra di Bosnia ed Erzegovina, combattuta ufficialmente tra il 6 aprile 1992 e il 14 dicembre 1995, fu molto più di uno scontro militare; fu una discesa nell’inferno della pulizia etnica, dei campi di concentramento e del genocidio, su una scala che l’Europa non vedeva dai tempi della Shoah.
Con un bilancio stimato tra 100.000 e 200.000 morti e più di due milioni di profughi, la guerra disintegrò non solo un Paese, ma la nozione stessa di umanità, trasformando i vicini in carnefici e i cortili dei giochi in cimiteri. Questa è la storia di un conflitto dimenticato da molti, le cui lezioni sull’odio, sull’indifferenza e sulla capacità umana di resistere non dovrebbero mai essere ignorate.
La polveriera dei Balcani: una pace disfatta
La Repubblica Socialista di Bosnia ed Erzegovina, parte della ex Jugoslavia, era un mosaico di etnie e religioni in cui musulmani bosgnacchi (44%), serbi ortodossi (31%) e croati cattolici (17%) convivevano sotto il motto della “Fratellanza e Unità”. Con il crollo del comunismo e la fine della Guerra fredda, però, fratture a lungo contenute cominciarono ad allargarsi. Il nazionalismo, represso per decenni dal regime di Tito, riemerse con forza travolgente.
Il 29 febbraio 1992 si tenne un referendum sull’indipendenza della Bosnia. Con una partecipazione in prevalenza bosgnacca e croata, il risultato fu un “sì” schiacciante. I serbi di Bosnia, che avevano boicottato la consultazione, videro nell’esito una minaccia esistenziale, il primo passo verso la loro emarginazione in un nuovo Stato dominato dai musulmani. La pace, già fragile, stava per andare in frantumi.
I tre passaggi all’inizio della guerra: le narrazioni spezzate di un conflitto
Ognuno di questi tre episodi rivela come le diverse comunità della Bosnia interpretarono l’inizio della guerra attraverso le proprie lenti di vittimismo e giustificazione. I croati videro in Ravno la prova dell’aggressione serba. I serbi videro nell’attacco al corteo nuziale la conferma di non essere graditi nella nuova Bosnia. I musulmani bosgnacchi videro in Bijeljina l’avvio di una campagna genocida.
La tragedia è che ogni parte aveva ragioni legittime per sentirsi minacciata, ma quelle percezioni di minaccia furono manipolate dai leader nazionalisti per giustificare atrocità sempre più grandi. Quelli che erano episodi locali di violenza degenerarono rapidamente in guerra totale, alimentata da narrazioni di vittimismo che trasformavano ogni atto di violenza in una “risposta” giustificata a una “provocazione” precedente.
Questi tre passaggi definirono l’inizio della guerra e ne preannunciarono la natura: un conflitto in cui la distinzione tra civili e combattenti sarebbe stata deliberatamente cancellata, in cui la violenza contro i non combattenti sarebbe stata tollerata e, ancor più, organizzata in modo sistematico, e in cui ogni atto di brutalità sarebbe stato giustificato come risposta necessaria alle brutalità dell'”altra parte”.
La lezione più cupa di questi tre episodi è quanto rapidamente i vicini possano diventare nemici quando narrazioni di paura e odio vengono deliberatamente coltivate e sfruttate da chi trae profitto dal conflitto.
Croati (Guerra patriottica)
Per i croati, la “Guerra patriottica” cominciò con la distruzione sistematica del villaggio di Ravno, nell’Erzegovina orientale, il 1º ottobre 1991. L’attacco, condotto dall’Armata Popolare Jugoslava (JNA) insieme a riservisti del Montenegro e dell’Erzegovina, fu il primo atto di aggressione diretta contro una comunità croata in Bosnia ed Erzegovina. Per i croati, Ravno rappresentò il momento in cui divenne chiaro che la convivenza pacifica in Jugoslavia era finita.
Ravno
Ravno era un piccolo villaggio croato di circa 400 abitanti, situato in posizione strategica sulla rotta tra la Serbia e Dubrovnik. L’attacco non fu un atto isolato di violenza, ma parte di una campagna militare più ampia, volta a creare un corridoio territoriale che collegasse la Serbia all’assedio di Dubrovnik, in Croazia. Le forze della JNA, appoggiate da paramilitari serbi locali, bombardarono e incendiarono sistematicamente tutte le case croate del villaggio.
Ciò che rese Ravno particolarmente significativo per la narrazione croata fu il carattere premeditato e sistematico della distruzione. Non ci fu alcun combattimento militare vero e proprio. Il villaggio fu semplicemente raso al suolo. Le case furono bruciate una a una, il bestiame ucciso, e i simboli dell’identità croata, compresa la chiesa cattolica, deliberatamente distrutti. Gli abitanti che non riuscirono a fuggire in tempo furono uccisi o deportati.
Serbi (Guerra di difesa della Patria)
Per i serbi di Bosnia, la “Guerra di difesa della Patria” cominciò con quello che considerano un attacco vile e premeditato contro civili innocenti a Sarajevo. Verso le 14.30 di domenica 1º marzo 1992, un corteo nuziale serbo che attraversava lo storico quartiere musulmano di Baščaršija fu colpito da colpi d’arma da fuoco: morì Nikola Gardović, padre dello sposo, e rimase gravemente ferito il sacerdote ortodosso Radenko Mirović.
L’attacco al corteo nuziale
L’attacco avvenne nell’ultimo giorno del contestato referendum sull’indipendenza della Bosnia, che i serbi avevano boicottato. Il corteo nuziale, secondo la tradizione serba, portava bandiere serbe e intonava canti tradizionali mentre festeggiava per le strade di Sarajevo. Per molti serbi il corteo era un diritto fondamentale, la celebrazione della propria cultura in una città che consideravano casa loro da generazioni.
Lo sparatore fu identificato in Ramiz Delalić, un criminale noto con precedenti di violenza e problemi psichiatrici. Ciò che indignò maggiormente la comunità serba, però, fu l’apparente protezione che Delalić ricevette dalle autorità bosgnacche. Nonostante pendesse su di lui un mandato di arresto per altri reati, tra cui uno stupro, le autorità fecero poco per catturarlo prima dell’attacco.
Crimine e impunità
L’aspetto più inquietante per la narrazione serba fu che Delalić ammise poi pubblicamente, in un’intervista televisiva, di aver sparato sugli invitati al matrimonio. Sfuggì alla punizione immediata e gli fu perfino consentito di formare una milizia paramilitare durante l’assedio di Sarajevo, che attaccava tanto i serbi quanto i musulmani bosgnacchi. Le autorità si mossero contro di lui solo nel 1993, quando la sua milizia cominciò ad attaccare anche i non serbi.
Per i serbi, l’attacco al matrimonio rappresentò un atto di violenza e, soprattutto, la dichiarazione che non erano graditi nella nuova Bosnia indipendente. Fu il momento in cui molti serbi di Bosnia si convinsero di doversi difendere da quella che vedevano come una cospirazione musulmano-croata per emarginarli. L’immagine di un padre ucciso il giorno delle nozze del figlio, vittima di un attacco apparentemente casuale, divenne un simbolo potente per i serbi.
Bosgnacchi (Aggressione alla Bosnia ed Erzegovina)
Per i bosgnacchi, l'”Aggressione alla Bosnia ed Erzegovina” cominciò il 1º aprile 1992, quando paramilitari serbi, agli ordini di Jovica Stanišić, capo dei servizi segreti di Slobodan Milošević, varcarono il confine e compirono il primo massacro di civili musulmani a Bijeljina. Quale che sia la data, il risultato fu lo stesso: una spirale di violenza che avrebbe inghiottito il Paese.
Bijeljina
Bijeljina, città di circa 96.000 abitanti al confine con la Serbia, era stata proclamata capitale di una “Regione Autonoma Serba” nel settembre 1991. La città aveva una popolazione mista, ma i serbi erano la maggioranza. In risposta alle tensioni crescenti si era formato un piccolo gruppo paramilitare musulmano, la Lega Patriottica, mal organizzato e mal equipaggiato.
Il 31 marzo 1992 paramilitari serbi locali, noti come “Cetnici di Mirko”, provocarono deliberatamente uno scontro con la Lega Patriottica. Il giorno successivo, 1º aprile, la Guardia Volontaria Serba (SDG), nota come “Tigri di Arkan” e guidata dal criminale di guerra Željko Ražnatović (Arkan), varcò il confine dalla Serbia con l’appoggio dell’Armata Popolare Jugoslava.
Il massacro di Bijeljina
Ciò che seguì fu un massacro sistematico. Le Tigri di Arkan, insieme ai paramilitari locali, uccisero i combattenti della Lega Patriottica e cominciarono a giustiziare civili musulmani in modo indiscriminato. Gli uomini furono separati dalle famiglie e giustiziati. Le donne furono stuprate. Le case musulmane furono saccheggiate e bruciate. Il fotoreporter Ron Haviv immortalò una delle immagini più sconvolgenti della guerra: un paramilitare serbo che prende a calci una donna musulmana morente.
Il massacro di Bijeljina fu particolarmente significativo perché stabilì il modello della “pulizia etnica” che sarebbe stato applicato in tutta la Bosnia. Non si trattava soltanto di conquistare territorio, ma di eliminare sistematicamente la presenza musulmana. Tutte le moschee della città furono distrutte. Furono istituiti nove campi di detenzione. Molti musulmani sopravvissuti al massacro iniziale furono in seguito deportati o uccisi.
Crimine di guerra in Bosnia
L’aspetto più sinistro fu il tentativo di occultare i crimini. Quando una delegazione del governo bosniaco arrivò per indagare, i corpi delle vittime erano già stati rimossi. Molte morti non furono mai registrate ufficialmente come vittime di guerra, con certificati di decesso che sostenevano che le persone erano “morte per cause naturali”.
Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia riuscì a verificare tra 48 e 78 morti durante il massacro iniziale, ma le indagini del dopoguerra documentarono la morte di più di 250 civili di tutte le etnie nel comune nel corso dell’intera guerra. Di una popolazione prebellica di 30.000 musulmani bosgnacchi, ne rimasero meno di 2.700 alla fine del conflitto.
L’assedio di Sarajevo: 1.425 giorni di agonia

Un padre corre disperatamente portando in braccio la figlia piccola durante un attacco a Sarajevo.
Nessun luogo simboleggia la sofferenza della guerra di Bosnia più della sua capitale, Sarajevo. La città, un tempo vivace come sede dei Giochi olimpici invernali del 1984 e centro multiculturale, fu sottoposta al più lungo assedio della storia moderna, durato 1.425 giorni. Dall’aprile 1992 al febbraio 1996 le forze serbo-bosniache, appostate sulle colline intorno alla città, bombardarono senza tregua la popolazione civile. La vita a Sarajevo divenne una lotta quotidiana per la sopravvivenza.
Maja Pašović, che aveva solo cinque anni quando la guerra cominciò, ricorda la trasformazione della propria infanzia: “Anni che avrebbero dovuto essere pieni di libertà, gioia, risate e spensieratezza si trasformarono in quattro anni di paura costante, dolore, perdita e devastazione”. La sua infanzia, come quella di migliaia di altri bambini, divenne “un flusso interminabile di bombardamenti, sirene d’allarme, urla e sofferenza”.
Le cantine e i rifugi divennero le nuove case, i nuovi cortili e le nuove aule. Il “viale dei cecchini” divenne una roulette russa mortale, dove attraversare la strada era un atto di coraggio disperato. Più di 11.000 persone, tra cui 1.600 bambini, furono uccise durante l’assedio. La città, affamata e terrorizzata, divenne un simbolo dell’inazione internazionale, un luogo in cui la speranza era l’unico bene che i mortai non potevano distruggere.
La distruzione di Sarajevo

Palazzi di appartamenti a Sarajevo ridotti a gusci vuoti dopo anni di bombardamento implacabile durante il più lungo assedio di una capitale nella storia moderna (1992-1996).
La distruzione sistematica delle infrastrutture civili di Sarajevo non fu un danno collaterale accidentale della guerra, ma una strategia deliberata di pulizia etnica e terrore psicologico. Le forze serbo-bosniache, appostate sulle colline circostanti con un netto vantaggio tattico, bombardarono la città con artiglieria pesante, mortai e razzi per 1.425 giorni consecutivi. La media era di 329 proiettili al giorno, ma nelle giornate di bombardamento intenso migliaia di colpi piovevano su zone residenziali, mercati, ospedali, scuole e perfino cimiteri.
Nessun luogo era sicuro. I palazzi di appartamenti, un tempo case di famiglie comuni, furono ridotti a rovine crivellate. Gli abitanti rimasti nella città assediata vivevano in condizioni inimmaginabili: senza elettricità, senza riscaldamento durante i rigidi inverni balcanici (temperature spesso sotto lo zero), senza acqua corrente, senza cibo a sufficienza. Le famiglie bruciavano mobili, libri e perfino il parquet dei pavimenti per scaldarsi.
Una città multiculturale
I bambini crebbero conoscendo soltanto la guerra, imparando a distinguere i suoni delle diverse armi prima di imparare a leggere. Alla distruzione fisica di Sarajevo si accompagnava la distruzione del suo tessuto multiculturale. Prima della guerra Sarajevo era conosciuta come la “Gerusalemme d’Europa”, una città in cui moschee, chiese cattoliche, chiese ortodosse e sinagoghe convivevano armoniosamente. Musulmani, serbi, croati ed ebrei vivevano da amici, colleghi e vicini di casa. La guerra distrusse quella convivenza.
Dopo la ricostruzione, i segni dei proiettili sui marciapiedi furono riempiti di resina rossa, creando le “Rose di Sarajevo” come memoriali permanenti dei luoghi in cui furono uccisi dei civili.
La morte del multiculturalismo

L’istante esatto in cui il Ponte Vecchio (Stari Most) di Mostar, capolavoro dell’architettura ottomana di 427 anni, crolla nel fiume Neretva dopo il bombardamento sistematico delle forze croate (HVO).
9 novembre 1993, ore 10.15 del mattino. L’istante esatto in cui il Ponte Vecchio (Stari Most) di Mostar, capolavoro dell’architettura ottomana di 427 anni, crollò nel fiume Neretva dopo il bombardamento sistematico delle forze croate (HVO). L’immagine coglie il momento preciso in cui un simbolo di 427 anni di convivenza multiculturale fu deliberatamente distrutto. Il ponte aveva resistito a terremoti, alluvioni e due guerre mondiali, ma non sopravvisse all’odio etnico degli anni Novanta. I testimoni descrissero quel momento come assistere a un omicidio.
Dopo 60 colpi diretti di artiglieria e carri armati, la struttura in pietra calcarea cedette infine e sprofondò nelle acque della Neretva. Il rumore del crollo echeggiò tra le colline di Mostar e molti abitanti piansero apertamente. La distruzione del ponte non fu un danno collaterale accidentale, ma un attacco calcolato all’identità culturale e alla memoria condivisa.
Stari Most (il Ponte Vecchio)
Costruito nel 1566 dall’architetto ottomano Mimar Hayruddin, il ponte collegava le comunità croata e musulmana di Mostar, fungendo da simbolo fisico e metaforico di unione. Il suo arco unico di 29 metri, edificato senza malta (solo pietre perfettamente incastrate), era una meraviglia dell’ingegneria. Per secoli i giovani del posto dimostravano il proprio coraggio tuffandosi dal ponte, alto 24 metri, nelle acque gelide della Neretva, una tradizione che divenne parte dell’identità culturale della città.
La distruzione del ponte fu riconosciuta dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia come crimine di guerra. Il comandante croato Slobodan Praljak fu condannato per distruzione intenzionale di monumenti culturali e storici. Il ponte fu ricostruito meticolosamente tra il 2001 e il 2004, con tecniche tradizionali e pietre originali recuperate dal fiume. Fu reinaugurato il 23 luglio 2004 e dichiarato patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 2005.
Violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità

Scena di un crimine di guerra durante la guerra di Bosnia, con i corpi di vittime giustiziate. Questa immagine documenta la brutalità dei crimini di guerra commessi durante il conflitto, tra cui uccisioni di massa, esecuzioni sommarie e massacri di civili che caratterizzarono la pulizia etnica sistematica.
Durante la guerra di Bosnia (1992-1995) si stima che siano state uccise 100.000 persone, di cui circa l’80% civili. Massacri di civili avvennero in tutto il Paese, perpetrati principalmente da forze serbo-bosniache, ma anche da forze croate e, in misura minore, da forze bosgnacche. I metodi di esecuzione variavano: fucilazioni di massa (come a Srebrenica), esecuzioni individuali di civili nelle loro case, uccisioni durante la “pulizia” dei villaggi e morti nei campi di concentramento.
Immagini come questa servirono da prova decisiva nei processi per crimini di guerra. Fotografi e giornalisti che documentarono le atrocità rischiarono la vita perché il mondo sapesse cosa stava accadendo e perché i responsabili non potessero negare i propri crimini. Questa fotografia è una testimonianza silenziosa di una delle pagine più cupe della storia europea recente e un monito che il genocidio e la pulizia etnica non sono semplici reliquie del passato, ma minacce presenti che richiedono vigilanza costante.
L’orrore dei campi in Bosnia: Omarska, Trnopolje e il volto del male
Sarajevo fu il simbolo della sofferenza a cielo aperto, ma i campi di concentramento furono l’espressione massima della depravazione umana nascosta dietro il filo spinato. Nell’estate del 1992 il mondo rimase sconvolto dalle immagini di uomini scheletrici, imprigionati in campi come Omarska, Keraterm e Trnopolje. Quelle immagini, che evocavano i peggiori ricordi della Shoah, rivelarono la vera natura della campagna serba: non una guerra per il territorio, ma una campagna di sterminio.
Kemal Pervanic, sopravvissuto al famigerato campo di Omarska, descrive le condizioni disumane: “pochissimo cibo, nessuno spazio per sedersi e solo due bagni per mille persone”. La cosa più terrificante, però, era la familiarità del male. “Una delle guardie era il mio ex insegnante di lingue, un’altra un ex compagno di classe”, racconta. La violenza era ovunque. “Spesso le persone venivano portate via e torturate. Alcune non tornavano più”. Per sopravvivere, Kemal dovette sopprimere le proprie emozioni, fino a diventare capace di “guardare qualcuno macellato come un maiale senza piangere”.
Oltre alla tortura e all’omicidio, i campi furono teatro di una violenza sessuale sistematica e brutale. Si stima che tra 20.000 e 50.000 donne, in maggioranza musulmane bosgnacche, siano state stuprate durante la guerra. In località come Višegrad e Foča, alberghi e palestre furono trasformati in “campi di stupro”, dove donne e ragazze erano tenute come schiave sessuali. Lo stupro non fu un sottoprodotto della guerra, ma un’arma deliberata, usata per terrorizzare, umiliare e distruggere il tessuto sociale di una comunità, uno strumento di pulizia etnica efficace quanto i proiettili.
Srebrenica: l’apice del genocidio nella guerra di Bosnia

Fossa comune a Srebrenica, riesumata nel 2007. Foto: Adam Jones
Nel luglio 1995 la crudeltà della guerra raggiunse il suo apice nell’enclave di Srebrenica, un’area dichiarata “sicura” dalle Nazioni Unite. Nel giro di pochi giorni le forze serbo-bosniache, agli ordini del generale Ratko Mladić, assassinarono sistematicamente più di 8.000 uomini e ragazzi musulmani bosgnacchi. Il massacro di Srebrenica fu il più grande omicidio di massa in Europa dalla Seconda guerra mondiale e fu formalmente qualificato come genocidio dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia.
Le scene di Srebrenica sono una testimonianza del fallimento della comunità internazionale. Padri che salutano i figli, uomini separati dalle loro famiglie e condotti alla morte, e i caschi blu dell’ONU, troppo pochi e con un mandato troppo debole, che assistono impotenti.
La caduta di Srebrenica non fu soltanto una tragedia bosniaca; fu una vergogna globale, un momento in cui la promessa del “mai più” suonò vuota. Il legame tra la politica di pulizia etnica che travolse la Bosnia e il culmine genocida di Srebrenica è diretto e innegabile. Srebrenica fu la conseguenza logica di un’ideologia dell’odio a cui fu permesso di crescere senza freni.
Crimini di guerra e contro l’umanità

Sepoltura di massa di vittime della guerra di Bosnia in una fossa collettiva. Decine di corpi avvolti in sacchi bianchi e teli di plastica sono deposti uno accanto all’altro in una trincea scavata in campo aperto, mentre investigatori forensi e operai documentano e sorvegliano il processo. Il codice “PR-261” visibile nell’angolo in basso a destra suggerisce che si tratti di una fotografia di archivio forense, probabilmente parte di indagini sui crimini di guerra. Ogni sacco bianco rappresenta una vita interrotta, una famiglia distrutta, una storia mai raccontata. Il villaggio tranquillo sullo sfondo contrasta brutalmente con l’orrore della fossa collettiva in primo piano.
Durante la guerra di Bosnia (1992-1995) si stima che siano state uccise 100.000 persone, e migliaia di corpi furono sepolti in fosse collettive. Alcune fosse furono create dai responsabili per occultare le prove dei massacri, altre da autorità locali sopraffatte dal numero dei morti. Dopo la fine della guerra, il processo di esumazione, identificazione e degna risepoltura delle vittime divenne uno dei compiti più dolorosi e complessi della transizione postbellica.
Commissione internazionale per le persone scomparse (ICMP)
La Commissione internazionale per le persone scomparse (ICMP) fu istituita nel 1996 per contribuire a localizzare e identificare le persone scomparse. Fino al 2024 più di 30.000 persone risultavano ancora scomparse a causa della guerra di Bosnia e dei conflitti collegati nella ex Jugoslavia. L’identificazione avviene attraverso l’analisi del DNA, confrontando campioni prelevati dai resti con campioni di sangue dei familiari. Le squadre forensi esumano le fosse comuni, catalogano ogni frammento osseo, indumento ed effetto personale, e cercano di ricostruire identità a partire da resti spesso frammentati e mescolati.
Molte vittime furono sepolte in fosse primarie, poi riesumate dai responsabili e ridistribuite in fosse secondarie per ostacolare l’identificazione (tattica usata in particolare dopo il massacro di Srebrenica). Ciò significa che i resti di una sola persona possono essere sparsi in più luoghi, rendendo l’identificazione ancora più complessa. Molte madri, mogli e figlie di scomparsi morirono prima di conoscere la sorte dei propri cari. Alcune seppellirono soltanto frammenti.
Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY)
Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) processò 161 persone per crimini commessi durante le guerre jugoslave, tra cui genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Alti dirigenti politici e militari furono condannati:
- Radovan Karadžić (leader politico serbo-bosniaco) fu condannato all’ergastolo per genocidio a Srebrenica e crimini contro l’umanità;
- Ratko Mladić (comandante militare serbo-bosniaco) fu condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
- Slobodan Milošević (presidente della Serbia) morì nel 2006 prima della conclusione del suo processo.
Guerra di Bosnia: l’eredità di un conflitto dimenticato
La guerra finì ufficialmente con l’Accordo di Dayton nel 1995, che divise la Bosnia ed Erzegovina in due entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (croato-musulmana) e la Republika Srpska (serba). L’accordo portò la pace, ma cementò le divisioni etniche che la guerra aveva creato. Oggi la Bosnia è un Paese che fa ancora i conti con le cicatrici del passato. Il trauma è visibile nelle città ricostruite, nei cimiteri che punteggiano il paesaggio e nei cuori di una generazione cresciuta in mezzo al terrore.
Tre decenni dopo il genocidio, la lotta per la memoria e contro il negazionismo resta una battaglia quotidiana in Bosnia ed Erzegovina e nei Balcani. Mentre le Madri di Srebrenica e altre associazioni di vittime si sforzano senza sosta di tenere viva la memoria dei morti e di ritrovare i resti degli scomparsi, il revisionismo storico e la glorificazione dei criminali di guerra persistono in alcuni ambienti politici e sociali della regione.
La guerra di Bosnia è un monito cupo: la civiltà è uno strato sottile che può lacerarsi con facilità. Ci insegna che il genocidio non è un atto spontaneo di follia, ma il risultato di un’ideologia dell’odio, della disumanizzazione dell'”altro” e dell’indifferenza di chi ha il potere di intervenire. Tre decenni dopo, i laboratori incrociano ancora campioni di DNA per restituire un nome a frammenti di ossa, e ci sono famiglie che seppelliscono i propri morti a pezzi, una esumazione alla volta. Finché ci sarà chi definisce Mladić un eroe, quel conto resterà aperto.
Da Leggere Anche
Riferimenti Bibliografici
- “Survivor Stories.” Remembering Srebrenica. https://srebrenica.org.uk/category/survivor-stories.
- “Kemal Pervanic.” The Forgiveness Project. https://www.theforgivenessproject.com/stories-library/kemal-pervanic/.
- “Notes from a War-Torn Childhood in Bosnia.” Think Global Health. https://www.thinkglobalhealth.org/article/notes-war-torn-childhood-bosnia.
- “Sexual Violence in Bosnia.” Remembering Srebrenica. https://srebrenica.org.uk/what-happened/sexual-violence-bosnia.
- “Massacre de Srebrenica.” Geomagno. https://geomagno.com/massacre-de-srebrenica/.
- “Bosnia-Herzegovina Timeline.” BBC News.
- Finlan, Alastair. The Collapse of Yugoslavia: 1991–99. Osprey Publishing, 2004. https://archive.org/details/collapseofyugosl00alas.











